Ecco come una sola pagina, esattamente il capitolo nove, di un romanzo che non è considerato di certo il capolavoro di John Fante, si trasforma in ciò che avresti voluto scrivere tu. Una capitolo che è una parentesi, che non è necessario all'interno del romanzo, ma che diventa il più forte dell'intera narrazione. Il più autentico vero e intimo. Come un sasso gettato in acqua, che forma raggi che si amplificano...come un pugno nello stomaco...
9.
Sono nato in un appartamento nel seminterrato di una fabbrica di maccheroni nella zona nord di Denver. Quando mio padre apprese che il suo terzo figlio era ancora un maschio, reagì nella stessa maniera di quando erano venuti al mondo i miei due fratelli: si ubriacò per tre giorni. Mia madre lo trovò nel retro di un bar che stava in fondo alla nostra strada e lo trascinò a casa. Al di là di questo, mio padre badò poco a me.
Una volta da piccolo mi misi fuori della finestra del bagno della casa di mia zia a guardare mia cugina Catherine che si pettinava i lunghi capelli rossi davanti allo specchio della toeletta. Era completamente nuda, tranne che per le scarpe coi tacchi di sua madre: una vera donna di otto anni. Non capii quella sensazione, l'estasi che mi ribolliva dentro, la confusione che fluiva in me per la bellezza elettrica di mia cugina. Rimasi lì e mi masturbai. Avevo cinque anni e il mondo assumeva una dimensione nuova e sconcertante. Ma ero anche un criminale. Per quattro anni, da allora, mi sentii un criminale, un moccioso scansafatiche con le lentiggini, un imperscrutabile criminale, fino a che, sotto il peso della mia croce, mi trascinai a fare la mia prima confessione e dissi al prete la verità sulla mia vita bestiale. Mi assolse, e io buttai via quella pesante croce e uscii alla luce del sole, con l'anima nuovamente immacolata.
La nostra famiglia si trasferì a Boulder quando avevo sette anni e con i miei due fratelli andavo alla scuola del Sacro Cuore. Negli otto anni che seguirono ebbi buoni risultati a baseball, basket e football, e la mia vita non fu ingombrata dai libri o dalla cultura.
Mio padre, un imprenditore edile, per un po' ebbe successo a Boulder e mi mandò in un liceo di gesuiti. La maggior parte del tempo ero infelice. Avevo buoni voti, ma la disciplina mi irritava. Odiavo il collegio e desideravo essere a casa, ma i miei voti erano talmente buoni che dopo quattro anni mi iscrissi all'Università del Colorado.
Durante il secondo anno di università mi innamorai di una ragazza che lavorava in un negozio di abbigliamento. Si chiamava Agnes, e io la volevo sposare. Si trasferì a North Platte, Nebraska, dove aveva trovato un lavoro migliore, e io lasciai l'università per starle vicino. Feci l'autostop da Boulder a North Platte e arrivai stanco, polveroso e trionfante nella pensione in cui viveva Agnes. Ci sedemmo sul dondolo della veranda. Lei non era contenta di vedermi.
"Io non voglio sposarti" disse. "Non voglio più vederti. Per questo sono qui, per non vederti più."
"Troverò un lavoro" insistevo. "Avremo una famiglia."
"Oh, in nome di Dio."
"Tu non vuoi una famiglia? Non ti piacciono i bambini?"
Scattò in piedi. "Vai a casa, Arturo. Per favore, vai a casa. Non pensare più a me. Torna a scuola. Impara qualcosa." Stava piangendo.
"So costruire muri di mattoni" dissi avvicinandomi a lei. Lei mi buttò le braccia al collo e mi stampò un bacio umido sulla guancia, poi mi respinse.
"Vai a casa. Arturo. Per favore." Entrò in casa e chiuse la porta.
Andai alla stazione e saltai su un treno merci diretto a Denver. Di lìpresi un altro treno merci per Boulder, diretto a casa. Il giorno seguente andai al lavoro; mio padre stava costruendo un muro.
"Ti devo parlare" dissi. Lui scese dall'impalcatura e andammo verso una pila di legname.
"Cosa c'è?" mi domandò.
"Ho lasciato l'università."
"Perché?"
"Non ci sono portato."
Storse la faccia con amarezza. "Adesso cosa farai?"
"Non lo so. Non ci ho pensato."
"Gesù, tu sei pazzo."
Diventai un vagabondo nella mia città. Andavo a zonzo. Trovai lavoro come aiuto giardiniere, ma era faticoso e lo lasciai. Poi pulii finestre. Ce la feci a stento. Girai tutta Boulder alla ricerca di un lavoro, ma le strade erano piene di giovani disoccupati. L'unico lavoro in città era distribuire giornali. Ti davano cinquanta centesimi al giorno. Lo rifiutai. Stavo a far tappezzeria nelle sale di biliardo. Mi tenevo lontano da casa. Mi vergognavo di mangiare quello che mio padre e mia madre procuravano. Aspettavo sempre che mio padre uscisse. Mia madre cercava di incoraggiarmi. Mi preparava ravioli e torta di noci.
"Non preoccuparti" diceva. "Aspetta e vedrai. Qualcosa succederà. E' nelle mie preghiere."
Andavo in biblioteca. Sfogliavo le riviste, guardavo le figure. Un giorno mi avvicinai agli scaffali dei libri e ne tirai fuori uno. Era "Winesburg, Ohio". Mi sedetti a un lungo tavolo di mogano e cominciai a leggere. All'improvviso il mio mondo si capovolse. Il cielo precipitò. Il libro mi inchiodava. Mi vennero le lacrime agli occhi. Il cuore mi batteva forte. Lessi fino a quando mi bruciarono gli occhi. Mi portai il libro a casa. Lessi un altro Anderson. Leggevo e leggevo, ed ero affranto e solo e innamorato di un libro, di molti libri, poi mi venne naturale, e mi sedetti lì, con una matita e un lungo blocco di carta, e cercai di scrivere, fino a che sentii di non poter più continuare perché le parole non mi sarebbero venute come ad Anderson, ma solamente come gocce di sangue dal mio cuore.
Sogni di Bunker Hill
John Fante
